From <i>Twisted Head: An Italian American Memoir</i> ( <i>Testa storta</i> ; Broadway Books, 2008, pp. 51–59)
Rosette, intelligente e vivace, una ribelle nata che attraversava i tormenti della Rivoluzione psichedelica, si discostò radicalmente dalla via intermedia che io ed Eva avevamo tracciato a fatica. Con il progredire degli anni Sessanta il mondo hippie si faceva sentire, e mia sorella rispose alla chiamata. Si fece la permanente e indossò pantaloni strappati a vita bassa con delle piccole canottiere a stampa indiana. Ascoltava rock'n'roll e iniziò a fumare sigarette . . . forse anche erba. Era disposta a scontrarsi con mio padre, a sfidarlo apertamente, e questo lo mandava quasi fuori di testa. Molte volte usciva dal negozio con il suo lungo grembiule bianco, spiando per vedere se Rosette si trovava al Muro, una bassa struttura di pietra che correva lungo Pelham Parkway, che fungeva da calamita per gli hippie locali e i figli illegittimi. Spesso la trovava a oziare lì con gli altri e la trascinava, umiliata, di nuovo da Cappi.Eva era solita imitare mio padre durante queste operazioni di spionaggio, che comprendevano indossare un lungo grembiule bianco, fingere di fumare sigarette freneticamente (Kent 100) e sbirciare furtivamente attraverso un giornale in cui erano stati ritagliati due fori per gli occhi. Ridevamo a crepapelle. Ma non era divertente. La risposta di mio padre alla ribellione di Rosette era sempre più allarmante. I suoi metodi erano irrazionali, ma aveva validi motivi per essere preoccupato: sesso libero e droghe erano ovunque. Molte adolescenti del quartiere rimanevano incinte o morivano per overdose di eroina . . . o entrambe le cose.A volte Rosette spariva nel pomeriggio e non riemergeva fino a dopo mezzanotte. In queste occasioni allarmanti, una spaventosa routine e di cui imparai a conoscere bene schemi e rituali, la furia di mio padre cresceva inesorabilmente con il passare delle ore. A un certo punto mia madre mandava a casa Eva con Maria. Io rimanevo, su sua insistenza, mentre mio padre chiudeva il negozio e poi iniziava a barcollare furioso per il locale, urlando e tuonando, lasciandosi dietro una scia di teglie per la pizza, pentole di sugo, sedie, scatole e qualsiasi altra cosa gli capitasse a tiro. Mia madre gli rimaneva accanto, cercando invano di calmarlo, con me che la seguivo a qualche passo di distanza. Credo che il mio compito fosse quello di proteggerla. Forse credeva che la mia sola presenza avrebbe costretto mio padre a controllarsi. Non funzionava. Non sembrava notarmi affatto. Nemmeno quando gli saltavo sulla schiena, gli battevo i pugni sulle spalle e gli tiravo i capelli mentre lui si avventava su Rosette quando finalmente riemergeva, colpendola e scuotendola come uno straccio bagnato, gridando fino a diventare paonazzo e con le vene che gli sporgevano dal collo.La mia povera madre urlava e strillava e cercava di allontanarlo da Rosette, incassando più di un colpo destinato a sua figlia. A un certo punto mi chiamava per chiedermi di telefonare alla polizia. Ricordo che prendevo dei soldi dalla cassa, un'attività che mi divertiva sempre, anche in quel contesto perverso, e li infilavo nelle ampie fessure rotonde del vecchio telefono a gettoni. (Una moneta da cinque centesimi, credo. Forse dieci a quel tempo.) Avevo bisogno di salire su una sedia, credo, per raggiungere la fessura per le monete. Non ricordo di aver mai digitato un numero, o che la polizia sia mai arrivata. Forse sì, una o due volte. Credo che mia madre pensasse che la minaccia in sé sarebbe stata sufficiente. Non lo era. Nulla poteva placare mio padre quando era in quello stato. Imparammo a conoscere i suoi cicli furiosi e implacabili e cercammo di schivarli al meglio delle nostre possibilità. Tranne Rosette. Lei si lanciava a capofitto contro il toro e finiva per essere incornata. Ancora e ancora. Era molto simile a lui. Aveva la pelle chiara come la sua, i suoi capelli rossicci e un'infinità di lentiggini. Mentre il resto di noi somigliava a nostra madre, dalla carnagione scura e il carattere docile, Rosette era in tutto e per tutto figlia di suo padre, sia nell'aspetto che nel carattere.Lui era determinato a spezzarla. Nella tana c'era posto per un solo capobranco. Era una lotta all'ultimo sangue tra questi due avversari alla pari, con il rombo incessante dei treni sopra di noi a fare da colonna sonora agli abituali scontri violenti, mentre le scintille cadevano a ritmo costante sul nostro misero negozietto segnato dal destino.Mia madre faceva del suo meglio per aiutarci a fuggire dall'ira e dalla megalomania di mio padre. I suoi poteri erano limitati, ma riuscì comunque ad aprire qualche via di fuga qua e là. Avrebbe avuto bisogno di aiuto. Mi chiedevo dove fossero tutti gli altri adulti del mio mondo. Non vedevano che qualcosa non andava? Non potevano fare niente? Mia zia Diana e nonna New Jersey, la sorella e la madre di mio padre – per qualche motivo avevamo dato soprannomi alle nostre nonne in base allo stato; la madre di mia madre era nonna New York—a volte cercavano di parlargli del suo ‘caratteraccio’, ma lui finiva solo per esplodere anche con loro. (Suo fratello minore, mio zio Danny, se ne teneva fuori, così come la famiglia di mia madre). Diana trovava delle scuse.“Ha avuto una vita molto dura. Gli zii lo picchiavano. È rimasto traumatizzato.” (Trau-rimava con muu nella sua pronuncia).Tutto vero, ma comunque una magra consolazione.“Non deve per forza vivere con lui,” mormorammo io ed Eva. Conoscevamo la storia:Nonna New Jersey, nata a Bari nel 1896, era salpata per New York da giovane sposa nel 1918. Dopo essere passata per Ellis Island, lei e mio nonno vissero brevemente a Hell's Kitchen prima di trasferirsi a East Harlem, allora un ghetto italiano. Ebbero quattro figli, il maggiore dei quali era mio padre, e alla fine riuscirono a mettere da parte abbastanza soldi per trasferirsi su Arthur Avenue, nel Bronx. Poco dopo il tredicesimo compleanno di mio padre, mio nonno morì improvvisamente a causa di un'appendicite. La nonna si ritrovò di colpo sola nel Bronx con quattro bambini piccoli, senza soldi e con un inglese stentato, il tutto nel pieno della Grande Depressione. Si affidò all'assistenza pubblica, accettò lavori a cottimo e spostò la famiglia da un appartamento all'altro ogni trenta giorni circa, approfittando abilmente della politica del “primo mese gratis” adottata da molti proprietari durante la Grande Depressione.La vedova Rosa fece affidamento sul figlio maggiore perché diventasse l'uomo di casa, e mio padre, a quanto pare, lavorò senza sosta per ricoprire quel ruolo. Preoccupati che potesse diventare debole senza una figura paterna adeguata, i suoi zii, i tre fratelli di mia nonna, Angelo, Victor e Nick (un quarto, Leonardo, rimase in Italia), passavano ogni settimana a riempirlo di botte. Questo, secondo loro, sarebbe servito a fortificarlo, temprarlo, farne un uomo. Questi pestaggi continuarono per anni, fino a quando zio Angelo colpì con tanta violenza l'orecchio destro di mio padre da farglielo sanguinare copiosamente, probabilmente rompendogli il timpano e causandogli una perdita permanente parziale perdita dell'udito. Mia nonna iniziò a gettarsi davanti a suo figlio ogni volta che i suoi fratelli si avvicinavano (proprio come avrebbe fatto mia madre, anni dopo, in un altro contesto), fino a che le botte cessarono definitivamente. Mio padre fu arruolato nell'esercito a ventun’ anni: cominciò come medico ma ben presto venne sbattuto nella fanteria per ritorsione a causa di una serie di infrazioni. Il soldato sfrontato, di servizio in Inghilterra e nei Paesi Bassi, si era autonominato direttore sociale: organizzava balli e feste enormi, era assente ingiustificato per brevi periodi per procurarsi rifornimenti (e per reclutare e trasportare camionate di giovani donne del posto), infrangeva le regole e pestava i piedi a chiunque incontrasse. Quando iniziò a mettere in scena piccoli sketch e spettacoli che ridicolizzavano la vita militare e molti dei suoi superiori, il nuovo ‘teatro’ di mio padre divenne il fronte. Prese parte a duri combattimenti con la divisione di fanteria gotica, l'Old Hickory del generale George S. Patton, combattendo nella Battaglia delle Ardenne e nello sbarco in Normandia. Nella zona di combattimento, il suo compito era correre avanti, da solo, in territorio nemico per esplorarlo e segnalarlo agli altri. (Gli stavano dando una lezione, e lui lo sapeva.) Lo zio Danny mi assicura che non fosse poi così pericoloso come sembra, perché il nemico, se presente, difficilmente avrebbe rivelato la propria posizione così presto. Nonostante ciò, doveva essere comunque terrificante.Mio padre si rivelò impavido, approfittando della rara quiete che lo circondava durante queste spedizioni solitarie per catturare conigli e galline vivi, che poi arrostiva in focolari improvvisati e che offriva ai suoi compagni soldati o ai civili devastati dalla guerra.“Non puoi immaginarlo,” mormorò a bassa voce, una sola volta, decenni dopo, parlando di cosa significasse rannicchiarsi in una trincea accanto al tuo migliore amico . . . e vedergli spazzare via la testa. “Non puoi proprio immaginarlo.”Quando zia Diana diceva che mio padre non aveva davvero avuto un'infanzia, lo diceva sul serio.Eppure, come scherza il mendicante in Il violinista sul tetto con un donatore spilorcio: “Quindi, se tu hai passato una brutta settimana, perché dovrei soffrirne io?”Volevo andarmene, scappare via con mia madre e le mie sorelle, ricominciare un'altra vita da qualche parte, magari cambiare nome, reinventarci, vivere liberi. In mancanza di ciò, volevo che fossimo circondati da più gente possibile. C'era un certo senso di sicurezza nella presenza degli altri e, per fortuna, il negozio garantiva un flusso costante. Clienti, fattorini, habitué del quartiere, parenti e amici: da Cappi c'era sempre un gran viavai, anche se il guadagno era pressoché nullo. Negli anni, mio padre assunse una serie di lavoratori improvvisati, praticamente tutti nuovi immigrati italiani disposti a lavorare per la miseria che poteva permettersi di pagarli. (L'unica eccezione fu Jerry Lorenzo, un affascinante playboy locale con baffi e basette. Non durò molto. “Ha ben altro per la testa,” disse mia madre.) John e Nick, padre e figlio appena sbarcati, lavoravano nel negozio come se fosse il proprio, mettendoci davvero anima e corpo.“Non devi nemmeno dirgli cosa fare,” ricordo mio padre dire di Nick, il figlio. “Sembra semplicemente saperlo.”Impararono il mestiere della pizza da Cappi, dalle basi, riuscendo infine a mettere da parte abbastanza soldi per aprire un piccolo locale tutto loro, in una posizione perfetta: proprio all'ingresso della stazione di Burke Avenue della linea 2. Fu un successo immediato. John, Nick e la loro famiglia—due ragazze adolescenti e una madre instancabile, che lavoravano nel negozio come la mia famiglia lavorava da Cappi—diventarono ricchi. Alla fine, John riuscì ad affittare il suo locale per una cospicua cifra a sei zeri all'anno e a godersi la vita nella sua nuova villa in Italia. Lì comprò un'emittente televisiva locale, oltre a qualche bar e ristorante. Era diventato milionario imparando dagli errori di mio padre: scelse un'ottima posizione, mantenne il menù essenziale, solo pizza e panini, e accolse i clienti invece di cacciarli.“Guarda come lascia che la gente si prenda da sola la bibita dal frigorifero,” osservò mia madre. “Riesci a immaginare tuo padre fare una cosa del genere?”Se mio padre provava invidia, non lo lasciava vedere. Sembrava sinceramente orgoglioso del loro successo e, ogni volta che andava a trovarli, lo accoglievano come un re, come facevano pure con noi. La moglie e le figlie di John si davano un gran da fare per noi, preparavano il caffè per i miei genitori e servivano dolcetti speciali dalla cucina. Padre e figlio ci salutavano da dietro il bancone e ci porgevano pizze bollenti e fumanti, offrendoci bibite, granite, panini, qualsiasi cosa che avessero da vendere. I nostri soldi lì non valevano. Ci mandavano a casa con il cibo da asporto.Non ricordo che siano mai dovuti intervenire nella nostra follia familiare mentre lavoravano da Cappi. Ma era proprio questo il punto: la sola presenza di altre persone bastava a fare da deterrente. Tranne quando non lo faceva. Come quel giorno in cui Rosette entrò nel negozio dopo essere sgattaiolata fuori dalla finestra della camera da letto la sera prima, passando per la scala antincendio, e sparendo per circa dodici ore. Quando riapparve, mio padre la afferrò con forza e la trascinò in cucina, gettandola in un angolo. Mia sorella rimase lì, schiacciata tra il muro e il grande lavello in acciaio inox, urlando aiuto mentre mio padre sfogava su di lei tutta la sua rabbia. Per fortuna, il suo amico d'infanzia ed ex commilitone Dino si trovava lì in visita.“Ehi, ehi,” disse, mettendosi in mezzo. “Calmati, Phil.”Mio padre si fermò. Credo che, per un attimo, si sia visto attraverso gli occhi del suo amico. Quel giorno, Dino fu un eroe per me. Non poteva venire a vivere con noi? Chiunque avesse il coraggio di affrontare mio padre in quel modo meritava, a mio avviso, una medaglia al valore.Tessie DiResta una volta lo mise a tacere con tale forza da lasciarlo senza parole. Quasi l'applaudii. Era la madre di una buona amica di Rosette e non prendeva ordini da nessuno. Divorziata, incline a scollature profonde che mettevano in mostra un generoso décolleté, oltre a pantaloni e gonne attillati che accentuavano un fondoschiena imponente, quella mattina Tessie aveva portato Rosette fuori e l'aveva riportata al negozio circa un'ora più tardi del previsto. Mio padre uscì per riprendersi la figlia, dicendole in tono brusco di “entrare subito.” Tessie si scusò, spiegando di essersi fermata alla Farenga Brothers Funeral Home per rendere omaggio a padre Mannini, la cui madre era esposta lì.“Sì, certo,” sogghignò mio padre. Tessie se ne andò via in macchina.Ma poi tornò indietro. Suo figlio Thomas era stato seduto sul sedile del passeggero per tutto il tempo. Si stava preparando al sacerdozio. Mio padre stava forse insinuando che quel giovane devoto fosse complice di una bugia? Una bugia su un prete, per giunta? Tessie entrò nel negozio con gli occhi fiammeggianti e un torrente di insulti taglienti.“Come osi?” gridò. “Mio figlio è un seminarista! Cosa sei, tu? Insultalo di nuovo in quel modo e userò la tua testa come uno straccio su e giù per tutta la strada!”(E poteva farlo sul serio. Tessie era una figura leggendaria nei campi da pallamano di Orchard Beach, dove sfidava regolarmente ragazzi con meno della metà dei suoi anni e gli dava una bella lezione con la sua abilità e potenza di gioco.)“Non sei degno neanche di pulirgli gli stivali!” gridò oltre il bancone.Mio padre indietreggiò, con un sorriso strano sul volto, incerto su come gestire quella donna. Credo che fosse spaventato.
Institutions
- Heidelberg University (DE)
- Heidelberg University (US)
Publication Details
- Journal
- Diasporic Italy Journal of the Italian American Studies Association
- Published
- 2025-10-01
- DOI
- https://doi.org/10.5406/27697738.05.1.10
- Primary Topic
- Human auditory perception and evaluation
- Type
- article
- Field-Weighted Citation Impact
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